Tumore del colon-retto in aumento tra i giovani: che ruolo hanno i cibi ultraprocessati?

Negli ultimi anni il tumore del colon-retto è diventato un tema “caldo” (purtroppo non nel senso culinario): resta una delle neoplasie più frequenti in Italia, con circa 50.000 nuove diagnosi ogni anno.

La novità che preoccupa di più, però, è un’altra: le forme a esordio precoce (prima dei 50 anni) stanno aumentando. In Italia, per la fascia 20–49 anni, l’incidenza è stata descritta come quasi raddoppiata in pochi decenni, passando da 8,6 casi per 100.000 (1992) a 13,1 per 100.000 (2016): in termini pratici è circa +52%.

Questo trend non dipende da una singola causa. È molto più simile a una “ricetta sbagliata” fatta di più ingredienti: stile di vita sedentario, aumento di sovrappeso/obesità, alterazioni metaboliche (es. insulino-resistenza/diabete), fattori ambientali e… qualità dell’alimentazione, in particolare l’esposizione precoce e prolungata a cibi ultraprocessati.


Cosa sono i cibi ultraprocessati (UPF) e perché se ne parla tanto

Con “ultraprocessati” (UPF, ultra-processed foods) non si intende “cibo cucinato” o “cibo confezionato” in generale: il concetto viene in genere ricondotto alla classificazione NOVA e riguarda prodotti industriali formulati con ingredienti e additivi pensati per gusto, consistenza, conservazione e praticità (emulsionanti, aromi, coloranti, edulcoranti, ecc.). Tipici esempi: snack dolci/salati, merendine, bibite zuccherate o “zero”, molti piatti pronti, alcuni cereali da colazione, carni lavorate, salse industriali, ecc. (Sì: anche il “pane” può essere ultraprocessato… dipende dall’etichetta, non dalla poesia del nome.)

Il punto chiave non è demonizzare “il pacchetto”, ma capire che più sale la quota di UPF nella dieta, più spesso si abbassano: fibra, micronutrienti, qualità dei grassi, sazietà “vera”, e si alzano: densità energetica, picchi glicemici, sale, grassi sfavorevoli e carico di additivi/strutture alimentari che possono influenzare microbiota e infiammazione.


Lo studio JAMA Oncology (2025/2026) [doi:10.1001/jamaoncol.2025.4777]: UPF e precursori del tumore del colon-retto prima dei 50 anni

Un lavoro molto utile per ragionare in modo concreto è lo studio pubblicato su JAMA Oncology (online 13 novembre 2025) su donne del Nurses’ Health Study II.

Che cosa hanno osservato

  • 29.105 donne sotto i 50 anni che avevano eseguito almeno una endoscopia (colonscopia/rettosigmoidoscopia) nel periodo di follow-up.

  • Dieta misurata con questionari ripetuti e UPF classificati con sistema NOVA.

  • Gli UPF fornivano in media circa il 34,8% delle calorie (mediana 5,7 porzioni/die).

  • Esito principale: lesioni precursori (polipi) confermate da referti: adenomi convenzionali e lesioni serrate.

Il risultato principale

Le donne nel quintile più alto di consumo di UPF avevano odds più alte del 45% di presentare adenomi convenzionali a esordio precoce rispetto al quintile più basso (AOR 1,45; IC 95% 1,19–1,77). Nessuna associazione invece per le lesioni serrate (AOR circa 1,04; trend non significativo).

In altre parole: più UPF → più probabilità di avere adenomi “classici” (una delle strade principali verso il carcinoma).

Nota importante: è uno studio osservazionale (non “dimostra” causalità da solo), ma è robusto nel metodo e coerente con l’idea che la qualità della dieta sia un fattore modificabile nella prevenzione.


Perché gli UPF potrebbero “spingere” la tumorigenesi colorettale precoce? Le ipotesi più credibili

Non esiste un unico meccanismo magico (purtroppo). Le ipotesi biologiche più plausibili sono una combinazione di:

  • Infiammazione cronica di basso grado e stress ossidativo (spesso mediati da eccesso energetico, adiposità viscerale, insulino-resistenza).

  • Alterazioni del microbiota: dieta povera di fibra e ricca di prodotti “ricostruiti” può ridurre la produzione di metaboliti protettivi (es. alcuni SCFA) e favorire disbiosi.

  • Maggiore esposizione a sale, zuccheri, grassi sfavorevoli e, in molti pattern UPF, minore apporto di calcio, folati, vitamina D e fibra (fattori spesso associati a minor rischio).

  • Esposizione precoce: sempre più esperti sottolineano che ciò che mangiamo nei primi anni di vita può influenzare lo sviluppo di un microbiota più “resiliente”.


Italia: cosa possiamo fare adesso?

1) Provare a ridurre gli UPF nella routine quotidiana

Obiettivo realistico: spostare calorie da UPF a alimenti minimamente processati (stile mediterraneo). Anche un cambio del 10–20% nella settimana è già un intervento.

Tre mosse ad alto impatto:

  • sostituire bibite/energy drink con acqua frizzante + limone o tè non zuccherato

  • passare da snack industriali a yogurt naturale + frutta / frutta secca porzionata

  • rendere “pronta” la cucina: legumi già cotti semplici (ingredienti corti), verdure surgelate, pesce surgelato, pane con lista ingredienti essenziale

2) Etichetta: la regola del “romanzo vs poesia”

Se la lista ingredienti sembra un romanzo russo, probabilmente è UPF!!!